25-10-2012

Uno sguardo al Forum della Cooperazione Internazionale di Milano

Il 1° e il 2 ottobre 2012 a Milano si è svolto l’ormai celeberrimo Forum della Cooperazione Internazionale. Con piacevole sorpresa, il segnale lanciato dal governo attraverso questa specifica iniziativa ha avuto davvero una notevole risonanza: dopo 15 anni di tentativi falliti, questa legislatura ha finalmente dato il segnale di voler giungere all’emanazione di una nuova legge che possa interpretare le novità e i cambiamenti introdotti dall’inarrestabile processo della globalizzazione. D’altra parte, è indubbio che la storia della cooperazione italiana purtroppo non può di certo essere considerata virtuosa; negli anni si è verificata, in parallelo ad una crescente riduzione dei fondi destinati a questa attività, una vera e propria mancanza di coordinamento e di visione di insieme che ha reso spesso inutile o ininfluente l’azione italiana nei paesi interessati e nel rapporto con le istituzioni internazionali. Casi limite come il terremoto di Haiti avvenuto nel 2010, ci rendono consapevoli di quanto sia fondamentale acquisire una politica decisa e pragmatica al fine di poter rendere efficaci le campagne di cooperazione internazionale svolte dal nostro Paese.
Entrando nel Piccolo teatro Strehler, luogo designato ad ospitare la sessione plenaria del Forum, chiunque, chi più chi meno, ha avuto la precisa sensazione di stare  per assistere ad un evento quasi epico dal titolo “Muovi l’Italia, Cambia il Mondo”. Tanti gli ospiti fra le autorità istituzionali magistralmente introdotti dal Direttore Generale per la Cooperazione allo Sviluppo Elisabetta Belloni, a partire dal messaggio registrato del Presidente della Repubblica Napolitano, proseguendo con il sentito intervento di Giuliano Pisapia, sindaco di Milano, convinto nel voler riaffermare il ruolo prioritario della Cooperazione nazionale e locale nel panorama politico italiano. È stata poi la volta del Ministro Andrea Riccardi degno portavoce della brezza di cambiamento che l’istituzione del Ministero della Cooperazione Internazionale e dell’Integrazione ha portato nelle aule del Parlamento. Il Ministro si scaglia in particolare contro la visione pessimistica della quale sembra irrimediabilmente imbevuto il mondo contemporaneo. Sono principalmente i giovani, sostiene Riccardi, a subire le conseguenze di questa mentalità stagnante, non indirizzata al miglioramento, al progresso. Cooperare vuol dire innanzitutto rilanciare l’Italia e gli Italiani sul piano internazionale, vuol dire trasformare un Paese sfiduciato, pensoso, in declino, in un Paese entusiasta, partecipe, vivo. E nell’ottica di questa inversione di tendenza, i giovani rappresentano il vero motore dell’automobile targata cooperazione che, se condotta nel giusto modo, sarà di sicuro un valido strumento per avvicinarsi sempre più anche all’Unione europea. Sale in cattedra poi il Professore, il Presidente del Consiglio Mario Monti, attesissimo ospite dell’ incontro, che, avvicinatosi al leggio, pone subito l’accento sulla convergenza tra cooperazione e politica estera, considerate alla stregua di sinonimi. Il suo intervento risulta pieno di voli pindarici: dalla distinzione tra hard power e soft power, con l’affermazione che è in quest’ultimo che l’Italia può giocare un ruolo determinante, alla relazione tra solidarietà e potere, al rapporto con l’Unione europea e la comunità internazionale, fino ad arrivare alla conclusione che il nostro Paese possiede dei vantaggi naturali, quali la simpatia e la fiducia, che possono essere utilizzati dalla società civile per contribuire alla creazione di un mondo meno rassegnato e più rasserenato.
Tuttavia, con il progredire del Forum, comincia ad affacciarsi una consapevolezza nei cuori della platea. Gli interventi degli Onorevoli si susseguono per tutta la mattinata: il ministro Giulio Terzi di Sant’Agata, il Presidente del Burkina Faso Blaise Compaorè, il Commissario europeo per lo Sviluppo Andris Piebalgs, il sottosegretario Marta Dassù, il consigliere Pietro Celi e molti altri. Ma si sente che qualcosa manca. Forse tra tutte le disquisizioni filosofiche sul che cos’è la cooperazione ci siamo dimenticati come farla, forse tra tutti i “faremo”, “diremo”, “penseremo” ci siamo dimenticati l’hic et nunc, forse quel famoso gap, tipicamente italiano, tra la parola e l’azione, tra l’istituzione e la società non è stato ancora sanato. Anche i panels pomeridiani si svolgono sulla stessa scia: interventi interessantissimi da parte dei portavoce di enti, agenzie e istituzioni, ma poco confronto con il pubblico, le domande rimangono sospese nell’etere, lo spirito di Forum sembra perdere di concretezza.
Ma una luce si accende all’orizzonte. È una figura piccola, minuta, avanza circospetta tra la platea mentre si dirige verso il palcoscenico del Piccolo Teatro Strehler, chiamata ad intervenire da Geppi Cucciari, sua conterranea. Con la timidezza di una bimba che per la prima volta si esibisce in un saggio di danza, comincia il suo intervento il leone della giornata, Rossella Urru. Dapprima trattenuta, poi sempre più forte, incoraggiata dall’approvazione del pubblico in visibilio per lei, la giovane apre il suo cuore. E la verità è che dopo aver subito un sequestro durato 9 mesi in un campo profughi sharawi di Rabuni, Rossella crede ancora nella cooperazione. E la sua è una fede totale, una fede incrollabile. Dice che la realtà non può essere contenuta entro termini immutabili come “campo profughi” o  “piano d’emergenza” poiché nella cooperazione le situazioni sono in perenne mutamento e si rischia spesso di farsi sfuggire le cose dalle mani. Quello di cui c’è bisogno è un’azione subitanea ed efficace, le parole non contano. Dice che nella cooperazione non esiste la dicotomia noi/voi, io/tu tutto ciò che esiste realmente è l’essere umano, in tutte le sue forme, in tutte le sue imperfezioni, in tutto il suo splendore. È un discorso accorato, pieno di commozione, intervallato più volte dallo scrosciante applauso del pubblico che, come Rossella, è stanco di ascoltare, di annuire, di parlare, di sparlare ma vuole agire.
Questa è la cooperazione che vogliamo. Prima delle leggi, degli emendamenti, dei finanziamenti, dei permessi, delle istituzioni, degli enti, dei “ma” e dei “se” ci sono le mani, le nostre mani aperte al mondo.
 
La società civile è pronta, la spinta all’azione, al voler fare quel famoso “qualcosa” che finalmente possa cambiare la situazione attuale è ormai maturata nei cuori di tutti gli individui e ora cerca di farsi spazio nel contesto italiano, spronando un Paese forse ancora troppo legato al fascino della teoria, della dialettica, delle belle parole di autocompiacimento e autocelebrazione. Forse è arrivato il momento di dedicare alla pratica lo spazio fino ad ora lasciato solo ed esclusivamente alla prospettiva di un ipotetico e tanto decantato futuro che di certo non si epifanizzerà da se. Forse è arrivato il momento di dare fiducia, di passare definitivamente la palla alle centinaia, alle migliaia, ai milioni di giovani che, seppur delusi, seppur disincantati, non indugiano nel tirarsi su le maniche delle camice figlie di un tempo privilegiato e nel prendere pale e cemento al fine di ricostruire basi più solide per questo Paese dal cuore grande. Ma finché nelle nostre orecchie stanche risuoneranno parole come “casta” , “truffa”, “stagflazione”, “crisi”, “immobilismo politico” gli ideali sono condannati a rimanere mere utopie. Forse, dopotutto, è necessario cambiare l’Italia per muovere il mondo?   
 
Federica Calderoni.
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