27-01-2016

Cosa resta della memoria? Ricordare per costruire

Il 27 gennaio ricorre il “giorno della memoria”, occorre tuttavia, a distanza di settantuno anni dalla caduta dei cancelli di Auschwitz, verificare il valore di questa “giornata” alla luce dell’attuale contesto nazionale, nonché internazionale e soprattutto il valore di tale giornata per le giovani generazioni.
Preliminarmente ci sorge un dubbio: quanti sono a conoscenza del suddetto “giorno”? E ancora, quanti sono capaci di attribuire un adeguato senso a tale giornata?
Oggi, forse come non mai, tutti noi abbiamo la necessità di ricordare. E forse non ci si rende conto dell’importanza del ricordo, il ricordo come apprendimento. Ma il ricordo anche come moto.
Ricordo, partiamo  dall’etimologia: “Re”, addietro, più “cor”, cuore:  far tornare indietro qualcosa dal  cuore. È questo il movimento del ricordo. È questo il movimento che coscientemente ognuno di noi compie quando ricorda un evento.. è questa la parola che scuote le nostre coscienze nella giornata della memoria.
Con un lieve sforzo di immaginazione potremo fantasticare il percorso compiuto dal ricordo: parte dal cuore, luogo dei sentimenti, per arrivare al cervello, luogo della razionalità. Ogni ricordo suscita una particolare emozione. La giornata della memoria in questo caso deve procurare un bruciore in ognuno di noi. Serve a questo: non ci si può sbarazzare dei “brutti ricordi”, bisogna conviverci.
Nella Germania post-nazista, durante la stesura della Legge fondamentale, costante e tangibile è il riferimento, attraverso correttivi e rinvii, a errori del passato (Weimar-Nazismo) per difendere la rinata democrazia. Più o meno le stesse dinamiche si innescavano in Italia, con la Costituzione repubblicana. Ma appare chiaro, scontato, che nell’immediato fosse l’unica, nonché giusta strada da seguire, quasi un solco già tracciato. Ma a distanza di anni, cosi come un profumo spruzzato alla mattina che scema alla sera, la stessa volontà di non ripetere gli errori del passato o non difendere i valori democrati (che tanto sangue richiesero) non sono riscontrabili oggi. Perché molte volte noi uomini adottiamo la memoria a breve termine come un pesce rosso?
È forse deresponsabilizzazione? È forse la banalità del male, come insegna la Arendt? Quel libro ha sempre smosso in me un sentimento particolare, la paura. Chi aveva compiuto quei delitti “inumani” erano persone, non esseri demoniaci. Persone banali.  Come sono banale io. Chiunque poteva compiere quei delitti, chiunque poteva essere Eichmann, nel pensiero della Arendt. È questa la genesi della banalità del male. Il male nasce dalla banalità.
L’unico supereroe in grado di sconfiggerlo è il ricordo, grazie alla sua natura di "magister vitae".
La memoria ha, secondo noi, la stessa funzione dell’alfabeto: è utile per poi imparare a scrivere. Serve ricordare eventi negativi per non commetterli più. È un maestro, ma mai asettico: alla pars destruens ti aiuta ad unire e a trovare la tua personale pars costruens. Ciò significa che l’azione del ricordare è un’azione sempre attiva.
Il ricordo è movimento, azione che ti spinge a muoverti, appunto.
Che senso avrebbe la memoria se mentre la celebriamo lasciamo morire gente in mezzo al mare o alziamo muri per difenderci dai migranti. Che senso ha ricordare se, mentre ricordiamo, dimentichiamo che i politici di mezza europa si riempiono la bocca di odio. E questo vale per la Shoah, come per i Gulag, e per qualsiasi manifestazione di violenza.
Riprendendo la Arendt ci sentiamo di fare un’ultima considerazione sull’importanza della memoria. Essa è un antidoto alla deresponsabilizzazione di noi stessi: sia nel bene che nel male.
Chi fa il male il più delle volte è una persona banale, come lo può essere chiunque di noi; così come chi fa il bene. Il sapere che Eichmann era un individuo qualunque ci deve spingere a non deresponsabilizzarci per non commettere mai più atti che potrebbero ferire in qualsiasi modo un individuo; la stessa regola può valere con l’esempio di Falcone, in senso opposto: Falcone ci deve spingere a capire che ognuno di noi, nel proprio piccolo, può fare qualcosa per compiere del bene.
Ecco cosa è per noi la giornata della memoria: è assumersi le proprie responsabilità, passate e soprattutto future.
Occorre dare “concreta attuazione” al ricordo, riempirlo di sostanza e non limitarsi a mere giornate “luttuose”, passerelle per i più! Occorre dare attuazione tramite quella due diligence governanti-governati, i primi attraverso la politica e i secondi con il voto!
 
Laura Grandinetti e Onofrio Pio Lattanzi
 
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