25-04-2014

Il 1 Maggio oggi significa...

Che senso ha, oggi, anno 2014, festeggiare i lavoratori attraverso un giorno di riposo?
 
La redazione di carriereinternazioni.com vuole interrogarsi sull’attualità del ricordo di un giorno così simbolico.
 
Attraverso la Festa dei lavoratori, che si celebra l’1 maggio di ogni anno in tutto il mondo, si vuole ricordare l’impegno del movimento sindacale ed i traguardi raggiunti in campo economico e sociale dai lavoratori. Le ragioni che condussero ad istituire una giornata dedicata alla celebrazione del lavoro risalgono alla seconda metà dell’Ottocento e alle fondamentali battaglie operaie svoltesi in quei difficili anni. La rivendicazione simbolo dei primi decenni di lotte fu il diritto all’orario quotidiano di otto ore: questo traguardo era figlio del motto della Prima Internazionale “otto ore di lavoro, otto ore di riposo, otto ore di svago”. Tali lotte, fatte di scioperi, occupazioni di fabbriche, cortei, e anche morti, portarono alla promulgazione di una legge nell’Illinois, Stati Uniti, che nel 1867 sancì tale diritto. L'entrata in vigore della legge era stata fissata per il 1 Maggio 1867 e per quel giorno venne organizzata a Chicago un’imponente manifestazione, dove diecimila lavoratori diedero vita al più grande corteo mai visto per le strade della città. Le lotte sindacali per sostenere la dignità dell’operaio tuttavia non si fermarono ai confini del continente americano, né a questa singola conquista: la Prima Internazionale richiese che legislazioni simili fossero introdotte anche in Europa e molte battaglie si resero ancora necessarie negli anni seguenti.
 
Finalmente, dopo i primi tentativi in Canada, anche in Europa la festività dell’1 maggio fu ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889, e ratificata in Italia due anni dopo. Quando arrivò il momento di decidere sulla data, la scelta dei delegati cadde sul 1 maggio. Una scelta simbolica: tre anni prima infatti, il 1 maggio 1886, 400 mila lavoratori incrociarono le braccia negli Stati Uniti, decisione che portò a incidenti e rivolte nelle principali città industriali americane con morti tra i manifestanti e condanne capitali tra gli organizzatori delle manifestazioni. Particolarmente cruente le conseguenze delle manifestazioni a Chicago, tanto che il ricordo dei "martiri di Chicago" era diventato simbolo di lotta per le otto ore e riviveva nella giornata del 1 Maggio.
Nel corso della storia italiana soltanto il regime fascista osò revocarla. Nel 1923, infatti, la Festa del Lavoro del Primo maggio venne soppressa e sostituita dal cosiddetto “Natale di Roma”, che si sarebbe festeggiato il 21 aprile. Tuttavia, alla fine del secondo conflitto mondiale, nel 1945, essa fu ristabilita. Oggi un'unica grande manifestazione unitaria esaurisce il momento politico, mentre il concerto rock che da qualche anno Cgil, Cisl e Uil organizzano per i giovani sembra aderire perfettamente allo spirito del 1 maggio, cioè un giorno di festa e celebrazione, tramite la condivisione.
 
Che cosa rimane, davvero, di tante lotte, ideali feriti, diritti conquistati, morti lasciati sul selciato? Le grandi categorie ideologizzanti, che dividevano il mondo tra bianchi e neri, proletari e capitalisti, sono una reliquia al cui cospetto si recano solo sparuti gruppetti di fedeli, mentre lasciano insensibili le grandi masse. Il significato di ricorrenze così simboliche e importanti per i diritti dei lavoratori, che oggi consideriamo quasi connaturati, ma che sono stati in verità faticosamente conquistati, spesso viene offuscato dalla retorica relativizzante dei contestatari di professione, e dei nostalgici fin troppo ancorati al passato per riuscire ad attualizzare il presente. Questo vociare di slogan e frasi fatte riesce, spesso a offuscare la memoria originaria di quello che hanno rappresentato le lotte dei lavoratori nel passato, ma guai a dimenticare che quel passato non è così remoto per noi cittadini europei, italiani e soprattutto per i cittadini dei Paesi in via di Sviluppo.
 
Il lavoro è una dimensione centrale della vita umana, basti pensare alla Costituzione italiana che proclama l’Italia “Una repubblica democratica fondata sul lavoro”, non solo perché permette, attraverso un’attività retribuita, la possibilità di impiegare le proprie risorse nel perseguimento di altri scopi. La dimensione lavorativa in sé stessa permette agli individui di esprimere le proprie propensioni, e dunque di essere liberi di svilupparsi, di prendere parte a un progetto creativo e di partecipare al progresso economico, sociale e culturale del loro paese. Tale progresso, tuttavia, dipende da un lavoro dignitoso, tale da ricomprendere nella vita lavorativa le aspirazioni delle persone. L’Organizzazione internazionale del Lavoro, (International Labour Organization, acronimo ILO) ha elaborato e posto alla base del suo agire il concetto di “lavoro dignitoso”, che si fonda sull’importanza del lavoro inteso come fonte di dignità personale, stabilità familiare,pace nella comunità, e segnale di democrazie che rispondono effettivamente ai bisogni dei cittadini di cui sono espressione.
 
L’ILO è stata creata nel 1919 dalle nazioni firmatarie del Trattato di Versailles, riconoscendo che la pace e l’armonia del mondo erano messe a dura prova dalle condizioni del lavoro allora vigenti. Le privazioni, le ingiustizie sociali e le difficoltà che esse creavano erano tali, infatti, da far pensare ad una prossima rivoluzione. Anche per affrontare questo rischio, l’appena nata organizzazione stabilì un Sistema di standard internazionali del lavoro, comprendente tutte le questioni legate al mondo dell’impego. Quello di cui i fondatori dell’ILO si resero precocemente conto fu il bisogno, per l’economia globale, di regolamenti certi e invalicabili che assicurassero un cammino verso il progresso economico e nel contempo fossero in grado di garantire che questo non costituisse un ostacolo ad un’equa distribuzione della ricchezza fra tutte le componenti sociali, lavoratori dipendenti compresi. Oggi, l'ILO aiuta a promuovere la creazione di condizioni di lavoro dignitose e capaci di garantire a tutti prosperità e progresso. La richiesta di un Agenda per il lavoro Dignitoso riflette le priorità sociali, economiche e politiche dei paesi e del sistema internazionale, affinché si possa raggiungere, tramite un’occupazione produttiva e un lavoro dignitoso una globalizzazione che riesca a ridurre le sacche mondiali di povertà e raggiungere uno sviluppo inclusivo e sostenibile.
Possedere un‘occupazione adeguatamente remunerata e ragionevolmente sicura e rispondente alle proprie competenze, costituisce, infatti un’aspirazione universale delle persone contribuendo in modo decisivo al loro benessere.
 
Eppure, nel mondo altamente globalizzato in cui viviamo, appare molto più difficile tentare di valutare la qualità “oggettiva” del lavoro, comunque rilevata grazie alle dichiarazioni dei lavoratori. Per queste ragioni, diversi studi (ISTAT, Eurostat, Eurofund, OCSE tra alcuni) hanno adottato una misura espressa attraverso una valutazione del tutto soggettiva degli stessi lavoratori, la job satisfaction, come ragionevole indicatore per stimare la complessiva qualità del lavoro. Questa misurazione intende catturare la percezione che i lavoratori hanno della propria condizione lavorativa, come per esempio la soddisfazione rispetto al loro guadagno, alla qualità dell’ambiente di lavoro, all’interesse per il lavoro svolto, allo stress e ai rapporti con i colleghi. Ovviamente non è facile ridurre le distorsioni da cui sono soggette le valutazioni soggettive, tuttavia ricerche comparative sul tema confermano simili risultati. Pare inoltre che le persone disoccupate siano quelle in assoluto meno soddisfatte riguardo a quasi tutti gli altri aspetti della loro vita, a conferma di come un’occupazione sia fondamentale per riconoscere la propria esistenza come degna di essere vissuta.
 
L’attuale crisi finanziaria, iniziata negli USA nel 2008 e presto mutatasi in crisi economica, non ha tardato il manifestarsi di drammatici effetti sociali e psicologici sui cittadini europei, e in particolare dei cittadini degli stati più colpiti dalla recessione economica e dalla perdita di posti di lavoro. Molti dei costi della crisi sulla vita e sul benessere delle persone sono tutt’ora da valutare, e i loro effetti saranno chiaramente visibili solo nel lungo periodo. Eppure, su una cosa non sembra esserci alcun dubbio: il costo economico, sociale e morale della disoccupazione sembra di gran lunga superare ogni altro per gli effetti temporanei e permanenti che esso ha lasciato a carico di chi ne è stato colpito.
Se volgiamo lo sguardo verso l’Italia, notiamo come quasi tutti gli indicatori della qualità dell’occupazione siano in via di peggioramento. Negli ultimi anni, si sono drasticamente ridotte le possibilità di stabilizzazione dei contratti temporanei, soprattutto per i giovani.
Anche le diseguaglianze nell’accesso al lavoro (territoriali, generazionali e di cittadinanza) si sono ulteriormente accentuate con la crisi. Per quanto riguarda invece il gap occupazionale di genere, il divario tra uomini e donne resta tra i più elevati d’Europa. L’Italia è, dopo la Spagna, il Paese europeo che presenta la più disoccupazione giovanile; e anche per le varie dimensioni della qualità dell’occupazione le diseguaglianze rimangono cospicue a svantaggio delle donne, dei giovani e del Mezzogiorno. Per le donne la qualità dell’occupazione dipende anche dalla possibilità di conciliare tempi di lavoro e di vita: la percentuale di donne con un sovraccarico di ore dedicate al lavoro (retribuito o meno) non diminuisce nel tempo, così come le condizioni peggiori delle donne meridionali fanno supporre che ad alimentare l’insoddisfazione sia anche la carenza di servizi.
 
La crisi ha ovviamente colpito maggiormente chi già prima si trovava in una situazione di ristrettezze economiche, in particolar modo i lavoratori immigrati nel nostro paese, impiegati in prevalenza nelle fabbriche Nord Italia. Nonostante il numero degli occupati stranieri in Italia sia destinato progressivamente ad aumentare, ciò non significa che le tutele e le garanzie di un’assunzione non temporanea, o anche solo tutelata a norma di legge, crescano di conseguenza. Agli immigrati sono sempre più destinati i posti meno qualificati, e il dato sulla sovra-qualificazione di questa categoria di lavoratori è molto superiore a quello dei loro omologhi italiani. Anche le retribuzioni sono in media inferiori, a conferma della scarsa disponibilità del sistema economico italiano a valorizzare il capitale umano degli stranieri. Amnesty International sottolinea nel suo Rapporto del 2012 come il fenomeno dello sfruttamento dei lavoratori immigrati, impiegati in settori stagionali come quello dell’agricoltura e dell’edilizia, sia diffusa in tutta Italia, con picchi nel meridione. Al limite dell’inumano è poi la condizione di tantissimi migranti braccianti nelle campagne del Sud, costretti a forme di occupazione feudale, senza tutele in e condizioni insalubri, sempre sottopagati. La criminalizzazione di questi lavoratori agli occhi della società civile ha condottoadozione di rigide misure che hanno posto i migranti in una situazione legale precaria, rendendoli facili prede dello sfruttamento, e di fatto precludendone il basilare diritto a condizioni di lavoro giuste e favorevoli e all'accesso alla giustizia. Solo il 2 aprile di quest’anno è stato depenalizzato il reato di immigrazione e soggiorno clandestino, introdotto nel 2009, che a detta di moltissimi analisti, nonché di attivisti per i diritti umani, classificava il nostro paese ai limiti della civiltà e finiva col favorire il grave sfruttamento di queste persone.
 
Questi dati possono certificare come l’impegno per delle condizioni di lavoro migliori, intese oggi come sostanziale uguaglianza di genere, una migliore conciliazione tra casa e lavoro, una perequazione territoriale tra nord e sud, maggiori opportunità per i giovani e sistemi protezione per le categorie più a rischio in momenti di recessione siano una necessità tutt’altro che storicamente esaurita. Di fronte a queste evidenti carenze strutturali, non si può davvero considerare conclusa un’epoca di lotte per una società più giusta e rispettosa dei diritti dei principali fautori del progresso economico del nostro Paese: i lavoratori. Inoltre, per valutare il progresso economico e civile di un paese, è importante anche proseguire decisi verso una maggiore integrazione e assimilazione economica degli immigrati. Il contributo che una migliore e più equa ripartizione degli oneri socio-economici può ancora dare al benessere di una società sviluppata quale quella italiana non è irrisorio, e i detrattori del 1 Maggio dovrebbero tenerlo bene a mente.
 
Ilde d'Andrea
Letto 2966 volte

Rubrica

Follow Us on

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, solo per alcune funzionalità tecniche dei servizi offerti.
Puoi prendere visione dell’informativa estesa sull’uso dei cookie cliccando QUI.

Cliccando su "ok" acconsenti all’uso dei cookie.